Nuvolento

L'antico maglio recuperato

La fucina del maglio – Nuvolento

L’acqua è fondamentale per la vita umana. Nei secoli sono state ideate soluzioni sempre più ingegnose e complesse per ottimizzare l’utilizzo di questa preziosa risorsa. È il caso di Nuvolento, la cui pianura circostante, ricchissima di acqua, serviva al sostentamento non solo dello stesso paese, ma anche di Serle e perfino della Valle Sabbia, priva di terreni irrigabili.

Un aiuto fondamentale, in questo campo, era giunto dai monaci benedettini di Serle. A loro si deve la bonifica del territorio, che era principalmente paludoso, e gli importanti lavori di (ri)costruzione del Naviglio grande bresciano, avvenuti tra i secoli XI e XII. Da qui, le attività di sfruttamento idrico si erano moltiplicate, tanto che, nella Descrizione generale della popolazione della città e provincia di Brescia del 1764, è riportato che solo a Nuvolento erano presenti: 7 ruote da mulino, 2 macine da olio, 2 fucine e 1 segheria.

 

Da mulino a fucina

«Passa per la y terra l’acqua de Rodon vien da Paiton, et finisse nel Navilio, sopra la q.le vi è sistemante un Molino di tre ruode»

Così Giovanni Da Lezze riporta nel suo catastico Bresciano (1609-1610).

In realtà, l’esistenza di ben due mulini nella curte di Nuvolento è accertata almeno dalla fine del IX secolo come parte dei territori del monastero cittadino di Santa Giulia. Un altro documento, datato 1041, riporta la donazione – da parte dell’arciprete di Manerbio, Arderico, verso il monastero di San Pietro in Monte in Serle – di, tra l’altro, un mulino sito «in fundas plebe Nebullento» (trad. “nel territorio della pieve di Nuvolento“). Il mulino si sarebbe trovato in località Maulina sul rio Rudone.

L’esistenza del mulino è testimoniata in altri documenti, ma dal XIII secolo, periodo di decadenza del monastero di Serle, se ne perdono le tracce. In seguito, per tutto il basso Medioevo, la zona di Nuvolento fu interessata da controversie sull’utilizzo dell’acqua. Queste riguardavano i privati e i monaci del convento dell’Arsana (poi ceduto alle suore Agostiniane di Santa Maria degli Angeli nel 1660-1670).

È accertato in un decreto di Re Vittorio Emanuele III del 1937 (Gazzetta Ufficiale 9 settembre 1937, n. 210), che sul territorio di Nuvolento fossero presenti tre mulini. Oggetto di quest’articolo è quello che viene descritto nel seguente modo:

«Magli da ferro con derivazione dalla bocca suddetta, di spettanza della ditta fratelli Adolfo ed Arturo Bossini, distinti ai mappali n. 434 e n. 435 del catasto censuario del comune di Nuvolento; portata mod. 5,34; salto m. 2,60; potenza HP 18,50»

L’ipotesi più accreditata sostiene che la conversione da mulino a fucina avvenne verso la metà del XVI secolo, quasi sicuramente ad opera della famiglia Bossini, che troviamo proprietaria nel 1573. Probabilmente vi erano molti mulini e i nuovi sviluppi dell’agricoltura e delle cave di marmo richiedevano utensili di ferro in misura sempre maggiore. Gli ultimi proprietari della fucina furono i valsabbini Leali, originari di Odolo, che lavorarono a Nuvolento dal 1930 fino alla chiusura nel 1978.

 

La lavorazione del ferro

Il funzionamento della fucina era diviso in alcuni momenti.

  1. Anzitutto, il materiale ferreo era estratto dalla siderite. Le cave si trovavano nelle valli. Il materiale grezzo si presentava come carbonato di ferro. Questo affrontava una prima lavorazione subito dopo l’estrazione: portando il materiale a circa 600°, si faceva dissociare il carbonato di ferro in ossido di ferro e anidride carbonica. Ciò riduceva la quantità di materiale da trasportare eliminando la CO2 in eccesso.
  2. L’ossido ferreo giungeva poi al forno, o fucina, che, caricato di carbone di legna e minerale di ferro, consentiva di ottenere un materiale puro e adatto alla lavorazione. Giunto nella fucina, l’ossido di ferro veniva scaldato con dell’aria immessa tramite mantici. Questo consentiva di raggiungere una temperatura di 1200-1300°, da cui scaturiva la reazione di dissociamento dell’ossido ferreo: il ferro si separava dall’ossigeno e questo si univa al monossido di carbonio – prodotto dalla combustione del carbone – dando anidride carbonica come prodotto di scarto e ferro puro come prodotto principale (ved. sotto lo schema delle reazioni chimiche).
  3. In seguito, il ferro passava sotto il maglio (dal lat. malleus = martello). Il maglio era composto da un pesante martello di medolo (la testa) a cui era collegata un’asta lignea. Sull’altra estremità dell’asta vi era l’albero motore della ruota idraulica. Questa era posta ortogonalmente all’asta e, attraverso delle camme presenti sia sulla ruota, sia sull’asta, sollevava continuamente la testa, la quale poi cadeva per effetto della gravità. Si andava così a creare una leva alimentata dalla potenza della ruota, che a sua volta traeva energia dal flusso d’acqua. Il pezzo in lavorazione era posto su un basamento sotto la testa e veniva lavorato grazie ai suoi poderosi colpi. La testa era incasellata nel castello, che aveva lo scopo di tenere in posizione l’asta e il martello. Nei magli più leggeri, il castello era composto da colonne di ferro fissate nel suolo e traverse lignee; nei magli pesanti, invece, la struttura era formata da grosse pietre rettangolari e traverse di legno unite da tiranti. La fucina di Nuvolento disponeva di un maglio leggero e uno pesante. Non manvacano poi alcuni intelligenti accorgimenti tecnici: la testa del maglio presentava, nella parte inferiore – quella che batteva il ferro – una scanalatura a coda di rondine. Qui potevano essere inseriti dei tasselli d’acciaio di varie forme, a seconda dei lavori da eseguire. Inoltre, per regolare l’afflusso di acqua, era presente una frizione a pedale. Questo era importante perché, variando la potenza del flusso d’acqua, si potevano variare la frequenza e l’intensità dei colpi.
  4. Il prodotto, ora, doveva essere rifinito. Per svolgere questo compito, giungevano in aiuto al fabbro l’incudine, per rifinire attrezzi di varia natura; la trancia, per rifilare badili e vanghe; la vasca da tempra, per temprare gli attrezzi da taglio; la mola per riaffilare le punte e gli strumenti da taglio.

“Addomesticare” l’acqua

Il maglio era alimentato dal flusso d’acqua del torrente Rudone: la sorgente si trova a Paitone, da lì il corso del torrente attraversa il territorio di Nuvolento e Nuvolera per poi confluire nel Naviglio (in immagine, il Rudone tra Paitone e Nuvolento). La forza dell’acqua, tuttavia, non era sufficiente da sé ad alimentare la fucina: era richiesta tutta una serie di interventi achitettonici che permettessero di “domare” il corso del fiume e ottimizzarne la potenza del flusso.

  • Attraverso una chiusa, si creava un dislivello di 2,60 m e si deviava il corso d’acqua in un canale laterale. Nei periodi di piena, tuttavia, grazie a quattro paratoie si poteva gestire il flusso d’acqua e dirottarlo nell’alveo originario. La struttura che separava il Rudone in canali, detta “a scacchiera”, solitamente era in legno. A Nuvolento, invece, era in medolo finemente lavorato.
  • Se l’acqua era il requisito essenziale per la fucina, la ruota era il componente fondamentale per il suo funzionamento. A Nuvolento sono presenti due ruote: queste erano prima in legno, poi, più di recente, completamente in ferro. La prima ha un diametro di 240 cm con 18 pale e dava energia al maglio leggero, alla mola piccola e alla trancia. L’altra ruota era di circa 1 m di diametro e 14 pale e dava energia al maglio pesante. La ruota del maglio leggero è mossa “da basso”, in quanto le pale traggono energia dal flusso d’acqua sotto di esse, e non da una caduta, come invece è il caso della ruota del maglio pesante.
  • L’acqua veniva anche utilizzata per produrre l’aria necessaria a riscaldare il fuoco. La tromba idroeolica, detta tina dell’aria (dial. Tina dé l’ora) sfruttava una proprietà dell’acqua per cui, quando una cascata si infrange contro una roccia, genera una corrente d’aria. L’ingegnoso sistema permetteva di portare l’aria, mediante un tubo, direttamente all’interno della fucina. La tromba poteva essere di legno o di pietra: naturalmente nella fucina del “paese del marmo”, era in medolo.

Il processo di fusione del ferro:

  1. In cava – ca. 600° C:
    FeCO3 → FeO + CO2
  2. In fucina, combustione del carbone:
    2C + O2 → 2CO
  3. In fucina – ca. 1200-1300° C:
    FeO + CO → Fe + CO2

Il maglio oggi

L’ing. Gianfranco Cretti, dopo essersi interessato al maglio, lo acquisì nel 2003. Da allora è stato avviato un enorme intervento di recupero che ha portato, inizialmente, a un ampio disboscamento dei canali. In seguito, sono stati messi in sicurezza i vecchi muri ed è stato ricostruito il tetto, crollato nei decenni passati, rispettando la struttura originale. Infine, sono state recuperate le ruote ed entrambi i magli, con tanto di castello, così come la mola. Nel 2009 vi è stato il concerto d’inaugurazione, con quartetto di ottoni, incudine, coro, soprano, solista. Da qui si sono moltiplicate le iniziative culturali di valorizzazione del maglio, tra visite guidate, rappresentazioni teatrali e testimonianze. È infatti attiva una convenzione tra l’ing. Cretti e il comune di Nuvolento per lo svolgimento di attività culturali.

 

Informazioni tratte da: G. Cretti (a cura di), Il recupero della FUCINA DEL MAGLIO. Archeologia industriale a NUVOLENTO, Fondazione Civiltà Bresciana, 2017.

 

A cura di Giovanni Bonandrini.

rud
Ecomuseo del Botticino