Introduzione
Nei precedenti articoli, dedicati alla classificazione delle rocce e alla descrizione del bacino marmifero del botticino, è emerso che la pietra che qui si cava presenta le seguenti caratteristiche:
Ma cosa distingue un marmo da una pietra qualsiasi?
Nonostante la lunga premessa, la distinzione è molto più succinta di quello che sembra. Se infatti, in petrografia, si definisce “marmo” solo quella «roccia calcarea che, per effetto di metamorfismo dinamico o di contatto, ha assunto struttura cristallina a grana uniforme», in ambito merceologico il termine si è esteso tanto da includere qualsiasi pietra capace di acquistare, con la lavorazione, una buona levigatura e lucidatura. In realtà, questa seconda definizione, seppur atecnica, darebbe ragione dell’etimologia stessa della parola “marmo”: il latino marmor –ŏris, derivato a sua volta dal greco μάρμαρος (si legge “màrmaros”), che significa “risplendere“.
Corna, Corso e Medolo
Nel bacino marmifero del botticino, sono tre le rocce che, storicamente, vengono cavate:
Non solo le pietre, ma anche gli scarti di cava trovavano un utilizzo: è il caso delle numerose calchere che ancor’oggi costellano il pedemonte tra Brescia e Gavardo.
“Slumping” e “pebbly mudstone“
Per “slumping” (trad. “crollo”, “caduta”) si intende quel particolare fenomeno per cui i depositi calcarei di Corso si presentano come particolarmente arricciati o ripiegati su di essi in maniera irregolare (come un “tramezzino”). Gli strati deformi sono intercalati da alcuni strati che, dal punto di vista litologico, sono identici, ma restano completamente indeformati. L’origine di questo fenomeno è da ritrovarsi a quando la regione del carso bresciano si trovava sul fondale marino, circa 200 milioni di anni fa: in seguito al franamento in massa di vaste porzioni stratificate di Corso, avvenuto contemporaneamente o in un tempo immediatamente successivo alla sedimentazione, la roccia si è consolidata in maniera irregolare.
Oltre agli “slumping“, si trovano alcuni livelli costituiti da “pebbly mudstone” (trad. “ciottoli di pietra fangosa”): si tratta di conglomerati varicolori composti da clasti di fango carbonatico. La loro genesi è connessa alla messa in posto sui fondali di colate sottomarine di detrito, che si innescavano nei fanghi non ancora completamente consolidati del Corso. Durante la rimobilizzazione essi perdevano coerenza, disgregandosi in noduli precocemente costituitisi all’interno dei calcari. La causa di questi eventi è da ricondursi alla forte instabilità che colpì i fondali nel periodo del Lias medio, durante una fase tettonica distensiva che ne accelerò lo sprofondamento in un mare relativamente più profondo, sede di deposizione del Medolo.
Uno dei luoghi dove è possibile osservare da vicino il fenomeno dello “slumping“, è la cava abbandonata di Corso sul Monte Regogna, presso Virle (ved. la mappa qui sotto): è raggiungibile dalla strada asfaltata che, da Virle, raggiunge la chiesa degli alpini. Raggiungendo in automobile la fine della strada, si prosegue a piedi: una breve passeggiata verso sud consente di raggiungere la suddetta cava. Anche sulle colline di Botticino sono presenti casi di “slumping“, ma essi sono meno evidenti in quanto coperti dalla vegetazione.
Per conoscere la storia della formazione di queste rocce, e per scoprire le varietà di marmo botticino, è possibile consultare gli articoli dedicati selezionando le rispettive parti di testo evidenziate in verde.
A cura di Giovanni Bonandrini.
Informazioni tratte da: voce “Marmo” in vocabolario Treccani; Aa. vv., La via del marmo. Storia, ambiente, itinerari, Brescia, Grafo, 2002.