Marmo o pietra?

Breve guida su come distinguere il botticino dalle altre pietre presenti sul carso

Marmo o pietra?

Introduzione

Nei precedenti articoli, dedicati alla classificazione delle rocce e alla descrizione del bacino marmifero del botticino, è emerso che la pietra che qui si cava presenta le seguenti caratteristiche:

  • è una roccia sedimentaria, di categoria carbonatica – di origine organica, chiamata “Corna“;
  • composta al 98% da calcari compatti di colore bianco avorio, bianco nocciola, grigio e bruno;
  • si è formata circa 205 milioni di anni fa.
  • Inoltre, è presente al suo interno una percentuale variabile di fossili di diversa natura (soprattutto nella varietà Botticino Fiorito), che conferisce al marmo la cosiddetta “mandorlatura”.

Ma cosa distingue un marmo da una pietra qualsiasi?

Nonostante la lunga premessa, la distinzione è molto più succinta di quello che sembra. Se infatti, in petrografia, si definisce “marmo” solo quella «roccia calcarea che, per effetto di metamorfismo dinamico o di contatto, ha assunto struttura cristallina a grana uniforme», in ambito merceologico il termine si è esteso tanto da includere qualsiasi pietra capace di acquistare, con la lavorazione, una buona levigatura e lucidatura. In realtà, questa seconda definizione, seppur atecnica, darebbe ragione dell’etimologia stessa della parola “marmo”: il latino marmor –ŏris, derivato a sua volta dal greco μάρμαρος (si legge “màrmaros”), che significa “risplendere“.

 

Corna, Corso e Medolo

Nel bacino marmifero del botticino, sono tre le rocce che, storicamente, vengono cavate:

  1. La Corna. Essa è, a tutti gli effetti, la pietra da cui deriva il marmo botticino. Più antica, si presenta come più massiccia e dalle colorazioni più accese (si passa dal bianco avorio del bacino di Botticino, alle tonalità più rossastre rinvenibili nei bacini di Nuvolera, Paitone e Prevalle). La Corna è il materiale più pregiato che si possa estrarre dal carso bresciano: la pietra risulta particolarmente adatta alla lavorazione a scalpello e alla lucidatura; non solo, nella storia, i cavatori (medolér) e gli scalpellini hanno saputo apprezzare le varietà di questa pietra e le diverse qualità da esse assunte.
  2. Il Corso. Sui versanti della Valverde, prima che le tecnologie permettessero di tagliare agilmente le lastre di Corna, si estraeva il Corso, una formazione rocciosa interposta tra la Corna e il Medolo: in quanto roccia sedimentaria, gli strati erano facilmente cavabili in lastre. Gli utilizzi principali consistevano in rivestimenti, pavimentazioni, gradini e spesso era lavorato direttamente in cava. 
  3. Il Medolo. La pietra più “recente”, viene utilizzata sin dall’antichità come materiale da costruzione. Sebbene i primi documenti ufficiali riguardanti l’attività di estrazione della pietra –riguardavano l’affitto dei “medoli” (porzioni di monte con roccia affiorante, che ben presto coincideranno con le cave) – risalgano solo al XVI secolo, è certo che l’estrazione della bianca pietra avvenisse già in epoca romana.

Non solo le pietre, ma anche gli scarti di cava trovavano un utilizzo: è il caso delle numerose calchere che ancor’oggi costellano il pedemonte tra Brescia e Gavardo.

 

“Slumping” e “pebbly mudstone“

Per “slumping” (trad. “crollo”, “caduta”) si intende quel particolare fenomeno per cui i depositi calcarei di Corso si presentano come particolarmente arricciati o ripiegati su di essi in maniera irregolare (come un “tramezzino”). Gli strati deformi sono intercalati da alcuni strati che, dal punto di vista litologico, sono identici, ma restano completamente indeformati. L’origine di questo fenomeno è da ritrovarsi a quando la regione del carso bresciano si trovava sul fondale marino, circa 200 milioni di anni fa: in seguito al franamento in massa di vaste porzioni stratificate di Corso, avvenuto contemporaneamente o in un tempo immediatamente successivo alla sedimentazione, la roccia si è consolidata in maniera irregolare.

Oltre agli “slumping“, si trovano alcuni livelli costituiti da “pebbly mudstone” (trad. “ciottoli di pietra fangosa”): si tratta di conglomerati varicolori composti da clasti di fango carbonatico. La loro genesi è connessa alla messa in posto sui fondali di colate sottomarine di detrito, che si innescavano nei fanghi non ancora completamente consolidati del Corso. Durante la rimobilizzazione essi perdevano coerenza, disgregandosi in noduli precocemente costituitisi all’interno dei calcari. La causa di questi eventi è da ricondursi alla forte instabilità che colpì i fondali nel periodo del Lias medio, durante una fase tettonica distensiva che ne accelerò lo sprofondamento in un mare relativamente più profondo, sede di deposizione del Medolo.

Uno dei luoghi dove è possibile osservare da vicino il fenomeno dello “slumping“, è la cava abbandonata di Corso sul Monte Regogna, presso Virle (ved. la mappa qui sotto): è raggiungibile dalla strada asfaltata che, da Virle, raggiunge la chiesa degli alpini. Raggiungendo in automobile la fine della strada, si prosegue a piedi: una breve passeggiata verso sud consente di raggiungere la suddetta cava. Anche sulle colline di Botticino sono presenti casi di “slumping“, ma essi sono meno evidenti in quanto coperti dalla vegetazione.

 

Per conoscere la storia della formazione di queste rocce, e per scoprire le varietà di marmo botticino, è possibile consultare gli articoli dedicati selezionando le rispettive parti di testo evidenziate in verde.

 

A cura di Giovanni Bonandrini.

 

Informazioni tratte da: voce “Marmo” in vocabolario Treccani; Aa. vv., La via del marmo. Storia, ambiente, itinerari, Brescia, Grafo, 2002.

Ecomuseo del Botticino