Tra filanda, fatica e allegria: così scorreva la mia giovinezza
Faustina Busi – Botticino
Vedete che manca un pezzo di pietra sul bordo della fontana di San Gallo? Sono state le squadre fasciste che si sono sfogate con il manganello! Avevo allora 15 anni circa e andavamo alla filanda insieme a mia sorella Marì e a tante altre mie coetanee. Un ora di strada da S. Gallo a Botticino: ai piedi con gli zoccoli (söpei) di legno, a volte c’era la neve a volte pioveva, si arrivava alla filanda bagnate fradice. Facevo la spazerina (apprendista) avevo le mani sempre nell’acqua bollente e piene di vesciche. Terminando il lavoro si arrivava a casa col buio, noi cantavamo sempre.
Qualche giovanotto cavatore (bocia) scherzando cantava: “Òcio giovinòti che pasa le falere, iè töte petolere che le spösa de bögacc”.
Noi di rimando: “Polenta düra, formai de tara, l’è la capara dei medoler”.
Ricordo che una volta la mia mamma nel preparare la minestra per la cena ha trovato nella pentola un topo: “non dire niente alle tue sorelle”, ha raccomandato al nostro fratello, che allora aveva sei anni. Ma lui è venuto ad aspettarci alla Trinità* per avvisarci di quanto era accaduto. E così quella sera siamo andate a dormire senza cena!