A Botticino Mattina, i contadini erano impegnati come mezzadri delle nobili famiglie locali e della Congrega Apostolica di Brescia, che davano la terra a mezzadria a famiglie intere, possibilmente con tanti figli. L’annata cominciava ai primi di novembre, per l’estate di San Martino, quando venivano stabiliti i contratti agricoli annuali delle cascine e proseguiva assegnando ad ogni mese le attività che la stagione rendeva possibili e necessarie.
L’economia agricola era incentrata sui prodotti tipici della collina e della mezza montagna: uva innanzitutto, ma anche “marene”, cornioli, noci, fieno per il bestiame, grano e “formentone”, alternati sullo stesso fondo secondo una rotazione binaria.
Uomini e donne, indifferentemente, lavoravano la terra, mentre prerogativa femminile erano la filatura e la tessitura della lana, destinate a soddisfare i bisogni domestici e non una domanda di mercato. Il problema del contadino era aspettare la fine dell’annata, se era soddisfacente (“andava bene”) o meno. Nel frattempo, era la donna che reggeva l’economia famigliare, anche se questo era un ruolo poco o nulla riconosciuto.
Le donne, con ferri e uncinetto, confezionavano calze, maglie, gilet (“el crosét”) e maglioni per la famiglia. Le ragazze ricamavano tovaglie, lenzuola, coperte, e preparavano la dote. I vestiti erano spesso ricavati da quelli dei genitori o dei fratelli maggiori, con qualche aggiunta, pezza o rammendo, perché dovevano durare a lungo; giacche e cappotti erano rivoltati e riadattati. Lenzuola e biancheria di casa erano fatte bollire, con l’aggiunta di lisciva, sapone e cenere, in un pentolone dove poi si faceva il bagno caldo ai ragazzi. Le donne lavavano i panni lungo i corsi d’acqua stando in ginocchio sulla nuda pietra, insaponandoli e risciacquandoli nell’acqua corrente, oppure si recavano al lavatoio pubblico.
I consumi erano ridotti all’essenziale, dopo aver consegnato al padrone gran parte del raccolto: le provviste rimaste in cantina, le galline del pollaio, i pochi conigli allevati nella stalla, latte e burro dalle mucche e quanto era possibile dall’orto, dai campi, dal vigneto, dal bosco. Nei vigneti avveniva la spigolatura, così come era in campagna per il frumento e il granoturco: nel mondo contadino, nulla andava perduto. Un’altra, importante risorsa era l’allevamento del maiale, che forniva il necessario alla famiglia: nulla andava sprecato dal macello dell’animale. La vita delle comunità contadine era segnata dalla povertà, cui sopperiva un forte sentimento di solidarietà di vicinato, anch’esso delegato alle donne “residure” delle famiglie.
“C’era quel modo di dire che la donna sta bene a casa a far la calza. […] cosa vuoi che sappia lei? una donna… […] ci dicono di stare a casa a far la calza, ma non ci dicono come fare a comperare la lana per far la calza”.
Non siamo noi da emancipare ma sono loro, gli uomini, che devono emanciparsi dai pregiudizi.”
Bibliografia