L’estrazione e la lavorazione del marmo botticino è storia antica: il sorgere e consolidarsi di questa tradizione è stata favorita dalla ricchezza di materia prima presente nel territorio di Ecomuseo del botticino, e la vicinanza al suo primo committente la città di Brixia. Non è chiaro se la città è nata qui per la vicinanza alle cave o se le cave sono nate per la vicinanza alla città, forse le due cose interagiscono, ma certamente lo stile costruttivo portato dai Romani (ricoprire ogni cosa di marmo) ha fatto si che il marmo sia divenuto addirittura una ragione di vita per le comunità circostanti.
L’affermazione industriale del marmo botticino
Il botticino è marmo che ha sempre avuto largo impiego nella provincia bresciana, tanto da far apprezzare sul mercato del lavoro non solo a Brescia ma anche altrove l’abilità degli scalpellini rezzatesi nel lavorare una pietra dura e difficile da tagliare.
Fino alla seconda metà del XIX secolo la cavazione e la lavorazione del marmo era ancora, tutto sommato, artigianale ma, dopo la vincita della commessa di fornire marmo per la costruzione del Vittoriano la lavorazione dei marmi nei cantieri e nelle cave di Botticino, Rezzato, Virle e Mazzano subì una radicale trasformazione. Dapprima si concretizzò un processo di concentrazione che portò alla fusione di ditte storiche: i piccoli cantieri scomparvero per aggregazione di piccoli o per fine naturale e le grandi imprese procedettero a un imponente rinnovamento tecnico con l’installazione di macchinari innovativi per il taglio della pietra e, soprattutto, il perfezionamento della linea ferroviaria (la prima ferrovia a Brescia arrivò nel 1853) mettendo in condizione le aziende di fornire il materiale lapideo anche oltre i confini europei.
Nell’affermazione industriale del settore marmifero bresciano fu fondamentale il ruolo svolto a Roma dal politico Giuseppe Zanardelli e da un uomo d’affari e abile lobbista, Vincenzo Tonni Bazza, un ingegnere valsabbino che curava gli interessi degli industriali bresciani del marmo presso gli uffici ministeriali nella Roma umbertina. Di certo lo Zanardelli, come testimonia il carteggio conservato in archivio di stato, incoraggiava il suo bacino industriale ad ammodernarsi e crescere.
Una data cruciale quale inizio di una nuova era fu il 1889. Il 12 agosto di quell’anno, Davide Lombardi, industriale di Rezzato, firmò un Capitolato speciale per l’appalto della fornitura del botticino necessario per la costruzione del Monumento a Vittorio Emanuele II.
Il 4 giugno 1911 fu un giorno memorabile per la capitale del Regno ma anche per il marmo bresciano: l’inaugurazione del più importante monumento della Patria, dedicato a Vittorio Emanuele II, più noto come Vittoriano e poi, dal 1921, come Altare della Patria.
Il fregio
Una nota a parte la merita il fregio: non solo il materiale costruttivo vincente fu ad opera di un bresciano, ma anche il lungo fregio che corre sul fronte fu ideato e fatto da un artista bresciano Angelo Zanelli, abile modellatore del marmo botticino.
Il fregio, lungo circa 70 metri presenta scene di persone che vanno verso il centro (la Dea Roma) a cui è rivolto l’attenzione: alla dea, che rappresenta la Patria, si portano i doni del lavoro e la protezione.