Rodolfo Vantini

La sua opera ha connotato l'identità di un Territorio: Brescia, Castenedolo, Rezzato

Rodolfo Vantini

Non si può parlare di cava, cavazione e trasformazione del marmo botticino senza parlare di Vantini. Come dice la premessa del bel libro di Antonio Rapaggi: «Talvolta l’opera di un architetto si sovrappone all’immagine di un Luogo e ne connota l’identità: questo è avvenuto per Rodolfo Vantini a Brescia, la città che fa da sfondo ai suoi edifici e ad una intensa vicenda umana e artistica».

 

Vita e contesto storico

Rodolfo Vantini nacque nel 1792, al crepuscolo della Serenissima Repubblica di San Marco, visse gli anni della sua formazione durante l’epoca napoleonica e attraversò il periodo Romantico, morendo nel 1856. Quando la Repubblica finì, Brescia contava 30.000 abitanti chiusi in una città di pietra: possenti mura cinquecentesche, palazzi sontuosi, chiese fastose ed una grande ricchezza proveniente da agricoltura, industria e commercio. Questa ricchezza veniva reinvestita in arte e architettura e l’epopea napoleonica accrebbe ulteriormente questa tendenza. Rodolfo, figlio di Domenico noto ritrattista e pittore di fama, terminati gli studi al liceo, venne mandato a Pavia (anno 1806/7) a studiare nella facoltà di Matematica e Fisica. Seguì un indirizzo ingegneristico studiando materie più scientifiche, mentre il disegno architettonico veniva riservato ai “giorni vacanti”. Dopo alcune vicissitudini, tra cui anche un crollo emotivo, si laureò, superando gli esami a pieni voti, il giorno 5 giugno 1810 e divenne “Ingegnere/Architetto“: ha 18 anni. Il giorno 8 Aprile 1813, completato un periodo di praticantato e superato l’esame di idoneità, poté iniziare l’attività di ingegnere-architetto. È l’inizio di una luminosa attività. L’epopea napolenica era quasi al termine, ma i 14 grandiosi anni che tanto avevano sconvolto la politica e la vita quotidiana, segnarono anche l’arte. Il neoclassicismo era ovunque e, probabilmente, Vantini il rigore delle linee e degli spazi lo aveva dentro.

 

Una “pietra d’angolo” per Ecomuseo del botticino

Vantini non fu solo architetto, ma anche progettista di interni e di mobili: a Brescia molte case e appartementi sono stati progettati, decorati e arredati sulla base dei suoi progetti. Il bene pubblico visitabile su cui intervenne e su cui la sua mano è maggiormente visbile è l’altare maggiore della Chiesa Parrocchiale di Castenedolo, realizzata in marmo bianco di Carrara, al centro del quale si trova una grande tela ad olio che rappresenta il martirio di San Bartolomeo, eccelsa opera di Francesco Hayez, che Vantini conobbe quando entrambi lavoravano a Milano. Infatti, l’architetto non rimase solo a Brescia, ma si spostò in un contesto più ampio della cultura italiana dell’Ottocento. Se il XXI secolo ha, come “archistar”, Calatrava o Nervi, per citarne alcuni, il XIX secolo ebbe, tra gli altri, Rodolfo Vantini, Archistar dell’Ottocento.

 

Curiosità: a Milano, i due edifici neoclassici a Porta Venezia sono stati edificati su suo progetto, in quanto vincitore della gara di appalto fatta dal Comune di Milano.

 

Il cimitero di Brescia

Nel gennaio del 1815, Vantini presentò un primo progetto per il cimitero di Brescia, la cui esistenza era stata imposta da un editto del 1811. Il 22 febbraio, il suo progetto venne approvato e i lavori del camposanto della città furono terminati nel 1823. Il cimitero, oggi chiamato “Vantiniano“, è una misteriosa macchina menomonica e un capolavoro di utilizzo del marmo botticino. All’epoca, il cimitero si trovava al di fuori dalle grandiose e bianche mura cittadine, e questo tripudio di pietra bianca era visibile ovunque. La città di pietra si manifestava ancora una volta.

 

Informazioni tratte da: A. Rapaggi, Rodolfo Vantini (1792-1856), Brescia, Grafo, 2011.

Autoritratto giovanile
Ecomuseo del Botticino