Nata da famiglia benestante alla vigilia dell’Unità d’Italia, Rosa Marchetti (1860 – 1929), seppur maestra, volle dedicarsi alla cura di quei minori, spesso orfani o figli di carcerati, cresciuti nell’indigenza e destinati, forse, ad essere delinquenti e che faticavano a comprendere gli insegnamenti di Rosina, finalizzati al loro riscatto umano e civile.
A Caionvico Rosa, chiamata “la siùra Rosa“, dette vita ad una casa di accoglienza dove fu ospite a più riprese Giovanni Filippini, che un giorno ritornò promettendo un buon comportamento in cambio di un aiuto in denaro. La siùra Rosa, essendosi rifiutata di cedere a questo ricatto, la notte del 15 maggio 1929 viene strangolata e buttata nel pozzo della casa. Il fatto richiamò allora la pubblica attenzione sulla singolare figura di questa donna ritenuta martire della Carità.
A distanza di anni i suoi assistiti le hanno riconosciuto il merito di averli recuperati e salvati avviandoli a un lavoro e a una vita civile dignitosa. Il suo stesso assassino, pentitosi, dopo aver scontato la pena, venne ospitato come famiglio (aiutante nei lavori agricoli, che viveva nell’abitazione del padrone) a Gavardo nelle case Andreassi, prima a Marzatica, poi a Quanello dove rimase per il resto della sua vita. La casa di Caionvico fu donata dagli eredi alla Parrocchia in memoria degli ideali caritativi di questa donna eccezionale.
“Sono nata nel 1860, alla vigilia dell’unità d’Italia. In famiglia mi chiamano Rosina e per gli altri sono la siùra Rosa. Sono maestra, ma non insegno nelle scuole che sempre più numerose vengono istituite nel nuovo stato italiano. Ho deciso di restare nubile e di seguire un mio ideale di vita.
Vedo per le strade tanti bambini abbandonati a sé stessi, privi d’istruzione e destinati all’emarginazione sociale: essendo benestante ho pensato di dare loro ospitalità e soprattutto di istruirli ed educarli comunicando loro anche principi morali.
A questo scopo ho messo a disposizione la mia casa in Caionvico per la maggior parte dell’anno.
Nei mesi estivi col mio biroccio li trasferisco a San Gallo nell’ex monastero benedettino della Trinità.
In questa proprietà di famiglia, con annessi appezzamenti agricoli i bambini hanno il modo di imparare anche attività manuali.
Per la loro prima comunione li porto in città alla chiesa delle Grazie e organizzo una festa.
Alcuni sono discoli e dopo aver ottenuto da me l’aiuto necessario se ne vanno.
I miei fratelli e i conoscenti mi criticano dicendo che una donna da sola non può sostenere una simile iniziativa caritativa.”
Bibliografia
Documenti appartenenti all’archivio Famiglia Nicoli-Marchetti, Gavardo.