Il Sentiero degli Antenati: Caionvico

Il lavoro dei campi è duro, a volte ripetitivo ma pieno di soddisfazioni quando vedi la vita che cresce

Il contadino (bovaro) – Caionvico

Alle porte della città, due Comuni, Sant’Eufemia della fonte e Caionvico erano esclusivamente agricoli. Questa è la testimonianza della vita di un contadino (anonimo) che lavorava coi buoi.

La vita e l’economia locale si reggevano sull’agricoltura e sull’allevamento di bestiame, di animali da cortile e sull’orto, necessari per il sostentamento quotidiano. Il bovaro era un contadino, affittuario o mezzadro, addetto alla custodia e all’uso del bestiame bovino e alla conduzione della fattoria: si occupava di tener tutto in ordine, di fornire acqua e cibo agli animali, di aggiogarli al carro agricolo…un lavoro faticoso che non contemplava ferie.

La stalla ospitava gli animali indispensabili ai lavori più pesanti della campagna ed era fonte di alimenti, concimi…Nella stalla si andava, durante le sere d’inverno, per stare in compagnia e al caldo, grazie al calore emanato dagli animali: c’era chi giocava, chi riparava gli attrezzi, chi filava e chi cantava. In queste occasioni si intrecciavano rapporti di amicizia e, spesso, qualcuno raccontava storie (“filò”) o commentava gli avvenimenti di attualità.

La famiglia era, in genere, molto numerosa, perché per poter lavorare la terra occorrevano molte braccia. Sotto lo stesso tetto convivevano più generazioni guidate dall’uomo più esperto ed anziano, che dirigeva il podere ed intratteneva i rapporti col proprietario terriero o col fattore, secondo il contratto di mezzadria. Accanto a lui la moglie, guidava l’economia domestica, aiutata da nuore e figlie, provvedendo a tutte le necessità in anni molto difficili e famiglie, per lo più, molto povere. I bambini erano tanti e, fin da piccoli, erano abituati a lavorare sia in casa che nei campi, accanto agli adulti.

Gli attrezzi avevano una lunga vita: si aggiustavano molte volte o si adattavano ad altri usi prima di buttarle via. Il manico di una forca rotto veniva riadattato come manico di un altro utensile più piccolo; una botte di legno danneggiata, tagliata e privata della parte rotta, poteva servire come recipiente per l’acqua…

Si lavorava “da buio a buio”, cioè dalle ore precedenti l’alba fin dopo il tramonto del sole e il passare del tempo era diverso: si conosceva la fatica, ma non la fretta. Lo scorrere del tempo era sentito come un ciclo, nell’avvicendarsi delle stagioni e dei lavori agricoli, nella maturazione dei frutti delle piante e di quelli dell’orto, nel passaggio degli uccelli migratori, nel ripetersi degli eventi della vita collettiva, nell’esperienza accumulata dai vecchi.

 “Devo raccogliere il pattume e portare la paglia per rifare il letto alle vacche,

poi portarle alla fonte per bere, dopo penserò a sistemare il pollaio…”

A cura di Fabio Secondi.

Bovaro
Ecomuseo del Botticino